Non sono una blogger

un diario emozionale estremamente parziale

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Martina incontra i rom #8 [Blitz]

Un blitz dei carabinieri nel campo rom visto con gli occhi dei bambini. Non so quanto ci sia di vero nel loro racconto, ma ho scelto di riportare tutto. Si tratta di tre bambini molto piccoli, di una famiglia tranquilla. Quel giorno erano a casa da soli. Il padre a lavoro (come bracciante agricolo), la madre a chiedere l’elemosina.

Sono arrivati i Carabinieri, quelli con la striscia rossa sui pantaloni. Noi abbiamo spinto fortissimo la porta perché mamma e papà hanno detto di non fare entrare nessuno quando loro non ci sono e siamo da soli. Nemmeno la zia può entrare, perché se poi ci ruba la farina mamma non ci può preparare da mangiare.
Allora abbiamo spinto forte la porta e abbiamo detto ai Carabinieri che non potevano entrare. Loro però erano forti e hanno aperto la porta. Noi siamo caduti ma non ci siamo fatti male.
Gli abbiamo detto che mamma e papà non c’erano e quindi non ptevano entrare. Loro hanno riso e hanno detto che anche i nostri genitori entrano nelle case delle altre persone quando le persone non ci sono.
Poi hanno aperto tutti gli sportelli, sono andati in bagno, hanno guardato tutto.
Hanno trovato il vino del compleanno di mamma [una bottiglia di Vecchia Romagna avanzata dal compleanno della mamma, n.d.a.] e lo hanno bevuto. Ridevano tanto. Noi avevamo un po’ paura. Poi se ne sono andati, hanno detto di salutare mamma e papà.

Martina incontra i rom #7 [“Io sono rom”]

“Io ci vengo, però non devi dire a nessuno che sono rom”.
Quella domenica d’aprile, a Roma con Ionel, è iniziata così.
Era la giornata internazionale dei rom e sinti, c’era in programma un bell’evento organizzato da un’associazione.
“Io ci vengo, però non devi dire a nessuno che sono rom”.
È strano, mi dice a un certo punto mentre passeggiamo davanti al Teatro Valle, vedere rom e italiani assieme in una festa per i rom. È strano anche sentire degli italiani che parlano dei rom senza cattiveria, dicendo solo le cose come stanno, perché è vero che ci sono un sacco di delinquenti, però c’è anche tanta gente che se potesse scegliere non lo farebbe.
Lui non dice in giro di essere rom. È castano, la pelle chiara, somiglia alla madre, metà serba e metà romena. Effettivamente non sembra rom. Una volta – mi racconta – ho provato a dire al mio migliore amico, che è romeno, che sono rom. Lui mi ha detto: “Come rom? Veramente?” e io gli ho detto no no, sto scherzando. E lui mi ha risposto: “Ah, meno male, se no non ti parlavo più!”.

Pur avendo vissuto a Roma, Ionel non ha mai visto il Colosseo. Gli propongo di fare due passi e andarlo a vedere assieme: “Di sera è anche più bello. Poi prendiamo la metro.” “Cos’è la metro?”
Attraversiamo via dei Fori Imperiali chiacchierando del più e del meno.
Arrivati ai piedi dell’anfiteatro mi chiede: “Posso scattare una foto? Sai, voglio mandarla a mia nonna in Romania. Nemmeno lei ha mai visto il Colosseo. Secondo me non ci crederà mai quando glielo dico. Le mando la foto, così ci crede per forza”.

Tornando verso la stazione Termini, mi dice che vorrebbe andare a vivere in America. Lì ci sono città grandissime e nuove. È tutto moderno, anche la gente, che è di tutte le razze. Alcuni sui parenti sono lì. Si vive bene, dicono.

Prima di riprendere il treno decidiamo di cenare assieme, appena fuori la stazione.
Mentre mangiamo un kebab ci si avvicina un ragazzo bengalese per venderci qualcosa. Iniziamo a chiacchierare anche con lui. “Siete italiani?” domanda a un certo punto, guardando Ionel. “Sì, io sono italiana”, rispondo. Ionel tentenna. “Vengo dalla Romania”, dice. Lo fisso. Lui capisce al volo. Non vuole dirlo. Abbassa lo sguardo, evitando il mio, ma sa benissimo che non gli stacco gli occhi di dosso. Dopo pochi interminabili secondi, prende fiato, si scosta la frangia dagli occhi marroni, piccoli e vivaci. Con un filo di voce dice: “Io sono rom”. Il ragazzo bengalese non capisce: “…di Roma?” chiede. “No – dice Ionel, alzando lo sguardo – no. Sono zingaro”. Scandisce bene le parole. Lo dice sorridendo. Si volta verso di me. Ricambio il sorriso.
Il ragazzo bengalese strabuzza gli occhi: “Tu italiana e tu zingaro? Insieme? Amici?”
“Fratelli”, rispondo io. Sorride incredulo, si mette le mani nei capelli.
Scoppiamo a ridere, tutti insieme.

Martina incontra i rom #6 [Îmi place așa cum ești¹]

Lionela sembra indiana. La maggior parte dei rom sembrano indiani. Le loro origini d’altra parte sono quelle.
È una bella donna, ha trentacinque anni, il viso tondo, gli occhi dolci e vivaci. Ha alcuni denti spezzati, ma, nonostante questo, un bel sorriso.
Ha avuto il primo figlio a quindici anni. Si è sposata molto presto. Sua sorella, invece, ha ventisei anni, vive in Romania, si è laureata in giurisprudenza e non ha “ancora” un marito perché, dice, non ha trovato quello giusto.
Secondo Lionela quello giusto non esiste. Non c’è un uomo giusto o un uomo sbagliato. C’è il brav’uomo o no. E, infondo, un brav’uomo vale l’altro, quando devi metter su famiglia.
Lionela ha una bambina che a settembre compie nove anni. Sua figlia ha perso un occhio quando aveva due settimane di vita: una puntura di insetto, poi l’infezione, infine l’intervento. Le hanno asportato l’occhio sinistro quand’era appena nata. La protesi gliel’hanno messa pochi anni fa. Prima portava una benda.
Le hanno messo una buona protesi, penso, ero convinta che la piccola avesse solo un occhio pigro.
Ieri sera, nel sotto passaggio di una stazione, ho letto una scritta in romeno.
Che vuol dire “Te iubesc”? chiedo a Lionela.
“Vuol dire ti amo”. Dopo una lunga pausa aggiunge: “Mio marito non me lo ha mai detto. Siamo sposati da ventidue anni e non me lo ha mai detto”.
Ma tu lo ami? mi scappa di chiederle. Lionela sposta lo sguardo e resta in silenzio per un po’. Poi mi dice: “Mio marito è un brav’uomo. Le cose cambiano”.

¹ “Mi piaci così come sei”

Martina incontra i rom #5 [Festa!]

L’estate al campo rom è un’altra dimensione.
Le giornate sembrano non finire mai, tutte uguali e prive di qualunque scopo che non sia la sopravvivenza.

L’estate al campo rom è figlia della rabbia e della noia.
Giornate troppo lunghe per vite non vissute.
La polvere dello sterrato si attacca alle scarpe e ai vestiti, l’umidità alla pelle.

Nell’aria si sente la tensione di un’attesa priva di qualunque aspettativa. In estate la noia e la rabbia mangiano le persone da dentro.

D’estate al campo rom si fanno le feste. Ci si sposa, ci si fidanza, si compiono gli anni, si battezzano bambini. D’estate, come in inverno, al campo non c’è niente da festeggiare. Forse per questo un motivo lo si trova sempre.

Le donne, le ragazze e le bambine indossano gonne lunge e ricamate.
Casse di fortuna, a volte lo stereo di un’automobile, suonano musica neomelodica romena a tutto volume.
Sulla brace cucinano ali di pollo. Bevono. Non reggono granché bene gli alcolici. Giocano. A carte a dadi a calcio. Giocano soldi. Quattro spicci messi assieme in tante giornate prive di scopo e di sogni.
A volte basta una parola di troppo. Gli uomini si minacciano, le donne urlano. Poi schiaffi, pugni, sputi. Le donne urlano più forte e si strappano i capelli. Si urlano contro, le due famiglie, una contro l’altra in semicerchio alle spalle, ciascuna, dell’uomo di casa che intanto lotta. Arrivano altri uomini a sedare la rissa.

Non voglio che vedi queste cose, vai a casa, mi dice Olympia.

Martina incontra i rom #4 [Isabella]

Insegnami la tua libertà.

Martina incontra i rom #3 [Éstèra]

Éstèra ha tre anni, i capelli biondi e ricci, raccolti in una coda. Gli occhi grandi, marroni e sorridenti.
È uno scricciolo, sottile e leggera nel suo completino fucsia, che, quand’era nuovo e pulito, doveva essere davvero grazioso.

Di Éstèra mi colpisce la delicatezza, insolita rispetto al contesto. Un fiore di carne in una discarica umana.

Non ricordo di aver avuto una preferenza per qualcuno dei bambini nel campo finché non l’ho tenuta in braccio un pomeriggio intero.

Éstèra non parla italiano, ma i suoi occhi parlano tutte le lingue del mondo.

Éstèra ha una risata liquida. Un guizzo, acuto e cristallino. Alza la testa, spalanca la bocca e ride.

Éstèra non ha niente. Niente. Ma ride, di cuore. Ride per un foglio di giornale accartocciato, per una filastrocca, per un abbraccio. E la sua risata è un guizzo dentro.

Voglio vederla crescere. Ho bisogno di prendermi cura di lei. Avverto l’assoluta necessità di sapere che sta bene. Una pulsione, quasi uterina, mi impone di proteggerla da un mondo troppo brutto in cui i fiori come lei vengono calpestati.
Ti prometto, bambina mia, che avrò cura di te.

Non vedo Éstèra da più di un anno. Da un giorno all’altro è sparita.

Dov’è finita? È tornata a Romania mi spiegano, quando chiedo di lei. A Romania.

Non so ancora se è vero o se lo dicono per farmi star zitta: non sappiamo dove iniziamo, figurati se sappiamo dove finiamo. A Romania.

Martina incontra i rom #2 [l’odore dell’odio]

Fra i ricordi più vividi che ho dei primi giorni in cui iniziavo a frequentare il campo rom, c’è la puzza. L’odore nauseabondo che arriva dalla discarica limitrofa. Zaffate di morte, non necessariamente portate dal vento. Entra nelle narici, violenta e insistente, si annoda stretta alla gola e si tuffa nello stomaco, rigirandolo.
Quelle persone sembrano non farci nemmeno caso. I bambini giocano e ridono come se nulla fosse.
Col tempo ho imparato a trattenere i conati. Con un po’ di tempo in più ho smesso anche di fare involontarie smorfie di disgusto. Forse. Non ne sono del tutto sicura. Non sono reazioni facili da controllare. Le ondate maleodoranti sono subdole, improvvise e feroci. Un’odore di putrido, materiale organico in decomposizione, sporcizia, acido.
Se l’odio avesse un odore, credo, sarebbe proprio come quello del rifiuto smaltito male.

Infondo, l’idea di attrezzare un campo profughi accanto a una discarica mi pare quanto mai indicativa. Oltre l’allegoria, è un’equazione.
I rifiuti della società e i rifiutati dalla società.
L’immondizia e gli immondi.

Fra i ricordi più vividi e sorprendenti che ho dei primi giorni in cui iniziavo a frequentare il campo rom, c’è l’odore dei bambini. Occhi enormi e vivaci su corpicini gracili, a volte sporchi, pieni di muco e di graffi, odorano di frutta e di selvatico. Di polvere, di vento, di shampoo da discount e di caramelle.

Il campo puzza, sì. Puzza di odio.
Ma la puzza di odio la portiamo noi.

Martina incontra i Rom #1 [qui e ora]

La volontà di non lasciare che i ricordi sbiadiscano troppo e parole amiche. Ecco perché, nonostante lamenti una sofferta mancanza di tempo, ho deciso di sacrificare qualche ora di sonno per scrivere queste righe. Non so bene cosa scriverò. Se darò più spazio alla narrazione di momenti vissuti; se racconterò, dal principio, come mi sono trovata a frequentare, nel mio piccolo, il popolo rom; o se, invece, partorirò emozioni ed atmosfere e riflessioni. Infondo, da scrivere c’è davvero molto, ma di scritto c’è già tanto. E questa sono io, senza presunzioni né risposte, ma con le tasche piene di fiori e domande, un grumo di incertezze nel petto e le risate dei bambini ancora nelle orecchie. E allora parto dall’oggi, vivo il presente. Un po’ come gli zingari di “Al Karama”.
Buona lettura.

 

Il qui e l’ora. Così vivono. Senza passato, privati del futuro. Vediamo bambini giocare in una pozza d’acqua putrida stagnante e puzzolente. Scalzi. Ci sguazzano dentro. E ridono. Le mamme dovrebbero toglierli di lì. I genitori dovrebbero far qualcosa. Rischiano un’infezione, quantomeno. Ma guardati attorno: vivono a duecento metri da una delle discariche più schifose d’Italia, la quale probabilmente contiene rifiuti tossico-nocivi. Bevono acqua inquinata, la falda è inquinata, la terra è inquinata. Loro sono inquinati.
Vivono in baracche zeppe d’amianto. Non trovi sia bellissima la fibra d’amianto, quando s’intravede dai buchi nelle pareti delle baracche azzurre? Quei fili sottili che la morte tira sul capo dei suoi burattini… Ecco, i burattini sono quei bambini, che saltano e ridono attorno alla morte.
Hanno delle pecore. Non ho idea di come siano riusciti a portare delle pecore. Non ho nemmeno idea di dove le pascolino, in effetti. Probabilmente anche le pecore sono inquinate.
L’anima di queste persone è inquinata.
I ragazzi, gli adolescenti, vogliono tutti fare i boss. Ionuţ boss, Florin boss, Gabriel boss, Iusif boss, Armando boss. Lo scrivono ovunque. Ma non in futuro, non da grandi. No, qui e ora.
Che vuoi fare da grande? … Silenzio. Cosa ti piace fare? Giocare. Il boss. Niente.
A Raul cade un pezzo di cioccolata sullo sterrato. Lo raccoglie e lo mette in bocca. E se si ammala? Nu, lui no si amala. Niente
se, niente ma. Qui e ora. Un popolo concettualmente privo di periodi ipotetici.
Parlavamo del Porrajmos. Per alcuni è una brutta parola, in alcuni dialetti significa “scappellamento”. Alcuni non sanno cos’è. Il Porrajmos non si studia a scuola. E comunque, mi racconta un ragazzo, guai a parlare con un rom di Porrajmos, si incazza. Lo prende come un insulto. Ma per quello che è successo? Per i nazisti? chiedo io. Per i nazisti, risponde lui. Non si dice, non bisogna più parlarne.
Qui e ora. Né ieri, né domani.

 

Il cuore rallenta la testa cammina
in quel pozzo di piscio e cemento
a quel campo strappato dal vento

a forza di essere vento