Non sono una blogger

un diario emozionale estremamente parziale

Tag: #ricordi

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Questa storia dei tedeschi mia nonna me la racconta spesso. Di quando lei era una bambina di circa cinque anni, emozionata perché le era appena nata una sorellina, e poi sono arrivati i tedeschi. C’era la guerra, da mangiare ce n’era poco, ma loro avevano il podere, un po’ di terra, qualche animale e le api. Le api le aveva volute suo papà, aveva costruito tutti gli alveari e i telai. La nonna di mia nonna, nonna Romilda, agli ospiti non offriva il caffè, ma una tazzina di miele, il loro miele, quello delle loro api, che sono lì fuori, vedete?
E poi sono arrivati i tedeschi per prendersi il podere come punto strategico. Il padre di mia nonna alla fine della guerra prese la tessera del Partito Comunista, perché questa cosa dei tedeschi non gli era andata proprio giù. Ma come, diceva, il mio podere, le mie cose. Mia moglie ha appena partorito. Due giorni di tempo. Tanto fu concesso alla famiglia di mia nonna per preparare le loro cose e andare via.

I tedeschi giovani, quelli con il fucile e la faccia da bambini, che sembrava giocassero a fare la guerra e invece la facevano davvero, non avevano dimestichezza con gli alveari. Le api le avevano viste, ma non avevano idea di come raccogliere il miele. Allora aprivano come meglio potevano le cassettine e staccavano pezzi di cera interi, e poi, col miele che colava dappertutto, se li ficcavano in tasca. E nonna Romilda, quella piccola signora veneta – che con quella guerra non ci capiva più niente, e non si ricordava se eravamo alleati coi tedeschi o con gli americani e gli inglesi, e allora lei si alleava coi ragazzi, perché pure se hanno un fucile potrebbero comunque essere suoi nipoti – ecco, nonna Romilda con le mani tra i capelli diceva loro che no, non si prende così il miele: ora vi siete sporcati tutti i pantaloni.
Ma quelli non capivano, facevano spallucce.

E poi il podere lo hanno dovuto lasciare davvero, e sono finiti fra i tanti sfollati. E a mia nonna la campagna è mancata per tutta la vita e non l’ha più avuta, ma l’ha sempre cercata. Anche iniziando a coltivare piccolissimi pezzi di terreni comunali abbandonati.

A mia nonna, alla mia famiglia, al mio sangue, alla terra

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L’amore riprendeva con una furia pari a quella del litigio. Era difatti la stessa cosa, ma Cosimo non ne capiva niente.

– Perché mi fai soffrire?
– Perché ti amo.
Ora era lui ad arrabbiarsi: – No, non mi ami! Chi ama vuole la felicità, non il dolore.
– Chi ama vuole solo l’amore, anche a costo del dolore.
– Mi fai soffrire apposta, allora.
– Sì, per vedere se mi ami.

La filosofia del barone si rifiutava d’andar oltre.

– Il dolore è uno stato negativo dell’anima.
– L’amore è tutto.
– Il dolore va sempre combattuto.
– L’amore non si rifiuta a nulla.
– Certe cose non le ammetterò mai.
– Sì che le ammetti, perché mi ami e soffri.

Italo Calvino, “Il barone rampante”

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da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/amore/frase-176656?f=w:3419>

Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perchè in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perchè pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così.”

Italo Calvino, “Il barone rampante”

Sfondami l’anima

Non abbiamo pensato a niente.
Perché quando la vita la vivi, non hai bisogno di pensarla.
Non ci siamo interrogati sulle conseguenze, preferivamo esplorarci a vicenda. Non ci interessava capire come e perché le nostre vite si erano incrociate, che strade avrebbero preso dopo. Le nostre vite volevamo assaggiarle. Leccarle piano, con la punta della lingua.

Siediti sul mio cuore fino a sfondarmi l’anima.
Mordimi i seni, stringimi i fianchi.
Prendi la me più bella, la me più libera.

Sciogliti da questo abbraccio, prima che sia tardi. Lasciami andare, ché da sola non ne sono capace.
Infondo non è il tempo, è lo spazio. Mi pare che lo spazio sia un limite decisamente peggiore del tempo. Perché non ha senso.

Temo, ora, di aver smesso di vivere. Non voglio pensare. Non voglio dire. Non posso dirti.
“Se esiste un’anima, la mia è con la tua”.

Parliamo di qualcosa che non si può raccontare, senza dire.
Abbozziamo un ritratto fatto male delle nostre emozioni.
Squarciamo la libertà e guardiamoci dentro.
Sbagliamo, perché è la cosa che più ci avvicina a vivere.

Appoggati sulle mie labbra, riposati così. Respira. Abbandona su questa lingua le tue paure, le tue fatiche. Liberati dentro di me.

Sii il velo dietro cui proteggermi dalle mie insicurezze. Avvolgimi l’anima. Lasciami camminare a testa bassa accanto a te e fammi incontrare i tuoi occhi quando alzo lo sguardo.

Non confondiamo le nostre illusioni. Non promettermi nulla che io non possa mantenere.

Odori della mia strada

In tutta la mia vita ho cambiato casa solo tre volte, trasferendomi in abitazioni che non distano più di trecento metri l’una dall’altra. Sono vissuta sempre nello stesso quartiere. Ho visto demolite le piccole case a uno o due piani e al loro posto crescere formicai umani di venti, trenta, quaranta appartamenti, dove la gente sta stretta, ha troppo freddo o troppo caldo, ha poca luce o troppa luce e le persone vanno e vengono in continuazione e pochi si conoscono. C’è poi una piccola costruzione, una casetta degli anni ’50, un solo piano con sotto un negozio chiuso ormai da quasi vent’anni. Ha i muri screpolati, l’intonaco cade a pezzi. Non ci vive nessuno da chissà quanto tempo. I proprietari, una coppia di anziani, rifiuta categoricamente di venderla ai palazzinari: “Se la prendono quando moriamo” dicono, e io spero non muoiano mai.
Quella piccola costruzione è depositaria di uno dei ricordi della mia infanzia: i profumi della mia via. Il negozio sfitto, una volta, vendeva budelli di animali e sintetici per fare insaccati. Ricordo quell’odore dolciastro e pungente quando passavo lì davanti. I budelli appesi sembravano fatti di carta velina tanto erano trasparenti. Accanto c’era un falegname e l’odore buono del legno e della segatura. Nell’aria l’odore delle graminacee di tutti i campetti non ancora asfaltati o edificati lì intorno.
La vecchia bottega del falegname ha poi ospitato altre due o tre attività nel corso degli anni, ora è di nuovo sfitta.
Il negozio di budelli è abbandonato, la serranda abbassata da quasi vent’anni. Per qualche anno dopo la chiusura credo di aver sentito ancora, leggero e segreto, l’odore dei budelli. Ora no. Le vetrinette sfondate e riempite di rifiuti e di un cartello con scritto “VENDESI” sbiadito e stropicciato. Tutto intorno palazzi di quattro, cinque, dieci piani.
Ma la casetta resiste vecchia e stonata, e quando ancora riesco a sentire il profumo delle graminacee penso alla mia strada e ai suoi odori.