Non sono una blogger

un diario emozionale estremamente parziale

Qui un mio contributo su un altro blog, più radicale e meno personale.

http://ilcencio.noblogs.org/post/2013/08/11/di-omofobia-femminicidi-e-legiferazione-compulsiva/

Martina incontra i rom #7 [“Io sono rom”]

“Io ci vengo, però non devi dire a nessuno che sono rom”.
Quella domenica d’aprile, a Roma con Ionel, è iniziata così.
Era la giornata internazionale dei rom e sinti, c’era in programma un bell’evento organizzato da un’associazione.
“Io ci vengo, però non devi dire a nessuno che sono rom”.
È strano, mi dice a un certo punto mentre passeggiamo davanti al Teatro Valle, vedere rom e italiani assieme in una festa per i rom. È strano anche sentire degli italiani che parlano dei rom senza cattiveria, dicendo solo le cose come stanno, perché è vero che ci sono un sacco di delinquenti, però c’è anche tanta gente che se potesse scegliere non lo farebbe.
Lui non dice in giro di essere rom. È castano, la pelle chiara, somiglia alla madre, metà serba e metà romena. Effettivamente non sembra rom. Una volta – mi racconta – ho provato a dire al mio migliore amico, che è romeno, che sono rom. Lui mi ha detto: “Come rom? Veramente?” e io gli ho detto no no, sto scherzando. E lui mi ha risposto: “Ah, meno male, se no non ti parlavo più!”.

Pur avendo vissuto a Roma, Ionel non ha mai visto il Colosseo. Gli propongo di fare due passi e andarlo a vedere assieme: “Di sera è anche più bello. Poi prendiamo la metro.” “Cos’è la metro?”
Attraversiamo via dei Fori Imperiali chiacchierando del più e del meno.
Arrivati ai piedi dell’anfiteatro mi chiede: “Posso scattare una foto? Sai, voglio mandarla a mia nonna in Romania. Nemmeno lei ha mai visto il Colosseo. Secondo me non ci crederà mai quando glielo dico. Le mando la foto, così ci crede per forza”.

Tornando verso la stazione Termini, mi dice che vorrebbe andare a vivere in America. Lì ci sono città grandissime e nuove. È tutto moderno, anche la gente, che è di tutte le razze. Alcuni sui parenti sono lì. Si vive bene, dicono.

Prima di riprendere il treno decidiamo di cenare assieme, appena fuori la stazione.
Mentre mangiamo un kebab ci si avvicina un ragazzo bengalese per venderci qualcosa. Iniziamo a chiacchierare anche con lui. “Siete italiani?” domanda a un certo punto, guardando Ionel. “Sì, io sono italiana”, rispondo. Ionel tentenna. “Vengo dalla Romania”, dice. Lo fisso. Lui capisce al volo. Non vuole dirlo. Abbassa lo sguardo, evitando il mio, ma sa benissimo che non gli stacco gli occhi di dosso. Dopo pochi interminabili secondi, prende fiato, si scosta la frangia dagli occhi marroni, piccoli e vivaci. Con un filo di voce dice: “Io sono rom”. Il ragazzo bengalese non capisce: “…di Roma?” chiede. “No – dice Ionel, alzando lo sguardo – no. Sono zingaro”. Scandisce bene le parole. Lo dice sorridendo. Si volta verso di me. Ricambio il sorriso.
Il ragazzo bengalese strabuzza gli occhi: “Tu italiana e tu zingaro? Insieme? Amici?”
“Fratelli”, rispondo io. Sorride incredulo, si mette le mani nei capelli.
Scoppiamo a ridere, tutti insieme.

Martina incontra i rom #6 [Îmi place așa cum ești¹]

Lionela sembra indiana. La maggior parte dei rom sembrano indiani. Le loro origini d’altra parte sono quelle.
È una bella donna, ha trentacinque anni, il viso tondo, gli occhi dolci e vivaci. Ha alcuni denti spezzati, ma, nonostante questo, un bel sorriso.
Ha avuto il primo figlio a quindici anni. Si è sposata molto presto. Sua sorella, invece, ha ventisei anni, vive in Romania, si è laureata in giurisprudenza e non ha “ancora” un marito perché, dice, non ha trovato quello giusto.
Secondo Lionela quello giusto non esiste. Non c’è un uomo giusto o un uomo sbagliato. C’è il brav’uomo o no. E, infondo, un brav’uomo vale l’altro, quando devi metter su famiglia.
Lionela ha una bambina che a settembre compie nove anni. Sua figlia ha perso un occhio quando aveva due settimane di vita: una puntura di insetto, poi l’infezione, infine l’intervento. Le hanno asportato l’occhio sinistro quand’era appena nata. La protesi gliel’hanno messa pochi anni fa. Prima portava una benda.
Le hanno messo una buona protesi, penso, ero convinta che la piccola avesse solo un occhio pigro.
Ieri sera, nel sotto passaggio di una stazione, ho letto una scritta in romeno.
Che vuol dire “Te iubesc”? chiedo a Lionela.
“Vuol dire ti amo”. Dopo una lunga pausa aggiunge: “Mio marito non me lo ha mai detto. Siamo sposati da ventidue anni e non me lo ha mai detto”.
Ma tu lo ami? mi scappa di chiederle. Lionela sposta lo sguardo e resta in silenzio per un po’. Poi mi dice: “Mio marito è un brav’uomo. Le cose cambiano”.

¹ “Mi piaci così come sei”

Voglio fare l’amore

con la tua poesia inconsapevole,
col tuo mondo interiore e segreto di cui non riesco a vedere il fondo
e che va ben oltre quel limbo di umori e desideri che mi hai mostrato.
Con la tua pazienza, la tua discrezione, la tua assenza.
Con l’energia che metti nell’amarmi e nel farmi sentire amata.
Con i tuoi occhi, nei miei.

Best before (fall in) love

Tutto finisce.
Tutto inizia e naturalmente finisce.
Il tempo, infondo, non ha colpa. È il concatenarsi di attimi senza senso, il realizzarsi precipitoso di probabilità infinitesimali.

Anche l’amore finisce. O finisce il tempo a disposizione per viverlo.
In generale, però, gli amanti non sanno già dall’inizio quanto potrà durare il loro amore. E vivono sereni, senza fretta, quel percorso cronologico che è il loro tempo.
A volte, invece, gli amanti sanno già da subito quanto tempo hanno a disposizione.
Un’amore con la data di scadenza. Che non per questo è meno amore degli altri. Solo che non c’è tempo per dirlo, pensarlo o sognarlo. Nessuna fantasia sui futuri possibili. Va vissuto subito, spremuto fino all’osso. Non c’è spazio per i sospiri, solo gemiti di piacere e dolore. Non c’è tempo per confondere le lacrime: ognuno asciugherà le sue, dopo.

E non è meno amore degli altri, meno vero di quelli. Lascerà ferite, dubbi, desideri.
Un senso d’incompiuto e la nostalgia del non vissuto.

Amandoti

Voglio amarti senza motivo.
Amarti senza volerti, per il solo gusto di amarti. Non desidero averti in alcun modo. Nessun senso d’appartenenza, nessna disperazione, nessun dolore.
Non ti voglio, non ti bramo.

Non ti amo. Non c’è immanenza nei sentimenti. Non c’è immanenza in nulla. L’esperienza nuota nel tempo. Corre sui secondi, si tuffa sui minuti, si rotola nelle ore.
Non ti amo, ti sto amando.

 

L’amore riprendeva con una furia pari a quella del litigio. Era difatti la stessa cosa, ma Cosimo non ne capiva niente.

– Perché mi fai soffrire?
– Perché ti amo.
Ora era lui ad arrabbiarsi: – No, non mi ami! Chi ama vuole la felicità, non il dolore.
– Chi ama vuole solo l’amore, anche a costo del dolore.
– Mi fai soffrire apposta, allora.
– Sì, per vedere se mi ami.

La filosofia del barone si rifiutava d’andar oltre.

– Il dolore è uno stato negativo dell’anima.
– L’amore è tutto.
– Il dolore va sempre combattuto.
– L’amore non si rifiuta a nulla.
– Certe cose non le ammetterò mai.
– Sì che le ammetti, perché mi ami e soffri.

Italo Calvino, “Il barone rampante”

tumblr_m49d31w8ON1qz5q5oo1_500

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/amore/frase-176656?f=w:3419>

Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perchè in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perchè pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così.”

Italo Calvino, “Il barone rampante”

Bisogna saltare ben oltre lo stesso pensiero del balzo

POCHI AMICI * MOLTO AMORE :: Il blog di Carmine Mangone

PHOT0026.JPG



Se l’affetto va così oltre da rovesciare gli schemi della necessità,
allora colui che ama
crea mondi senza proporzione
e non lascia alcunché di necessario alle ostinazioni dell’identità.
La possibilità astratta che era l’Io
si scioglie nell’emergenza di un mutuo volersi
(che è sempre l’unicità di un’intesa, nonché del conflitto tra un amore e
le impossibilità dell’amore),

vale a dire > deframmentazione | reciproco avvalersi | morte del valore dentro lo scambio | rose bianche | ambush pattern

(che è anche e sempre l’unicità di un conflitto,
nonché dell’amore bassamente metaforico tra una
stella che collassa e la supernova che sarà
– facciamo a turno, eh!).

Il che non ci ferma affatto alla rinnovata comunanza
– pur rendendoci comuni in una nuova fermezza –,
perché la parte toccante dell’ingovernabile, ossia l’immediato viversi dell’affetto,è precisamente quell’esperienza che ci apre alla morte della necessitàe al divenir comune del movimento.

View original post 77 altre parole

Sfondami l’anima

Non abbiamo pensato a niente.
Perché quando la vita la vivi, non hai bisogno di pensarla.
Non ci siamo interrogati sulle conseguenze, preferivamo esplorarci a vicenda. Non ci interessava capire come e perché le nostre vite si erano incrociate, che strade avrebbero preso dopo. Le nostre vite volevamo assaggiarle. Leccarle piano, con la punta della lingua.

Siediti sul mio cuore fino a sfondarmi l’anima.
Mordimi i seni, stringimi i fianchi.
Prendi la me più bella, la me più libera.

Sciogliti da questo abbraccio, prima che sia tardi. Lasciami andare, ché da sola non ne sono capace.
Infondo non è il tempo, è lo spazio. Mi pare che lo spazio sia un limite decisamente peggiore del tempo. Perché non ha senso.

Temo, ora, di aver smesso di vivere. Non voglio pensare. Non voglio dire. Non posso dirti.
“Se esiste un’anima, la mia è con la tua”.