Un mese di Romania, #1

di M

Sono arrivata in Romania il 7 di luglio. Sono arrivata carica di aspettative, per me, per quel che sarebbe stato. Inizialmente avevo in programma una permanenza piuttosto lunga, circa due mesi, ma le cose sono andate diversamente e ho deciso di anticipare il rientro a domenica 17 agosto. I motivi di questa decisione sono stati tanti, e pian piano avro’ modo di spiegarli chiaramente.
Mi scuso inoltre con i lettori per gli apostrofi usati al posto degli accenti.

Da dove iniziare. E’ difficile organizzare i pensieri e le emozioni. Sono qui dal 7 di luglio e tante volte ho avuto l’impulso a scrivere qualcosa ma non riuscivo, all’atto pratico, a dare una forma a quello che stavo vivendo. Inizialmente ho pensato di trascrivere fedelmente il mio diario di viaggio. Rileggendolo pero’ mi sono resa conto di come la percezione delle cose si sia in qualche modo evoluta, forse approfondita. La visione che ho avuto allora e che ho trascritto e’ dunque troppo parziale e necessita di essere rielaborata.

Occorre premettere che la Romania e’ un paese estremamente vario, con una storia molto ricca, fatta di influenze straniere, di dominazioni e di contaminazioni. Ci sono citta’ floride, economicamente e culturalmente, e intere regioni profondamente depresse. In linea di massima e’ un paese – visibilmente – abbastanza povero. Citta’ e centri urbani veri e propri sono relativamente pochi, si incontrano per lo piu’ piccoli “villaggi” e paesini separati fra loro da boschi, colline o pianure a perdita d’occhio. Non sono rari, purtroppo, i villaggi di catapecchie e baracche, dove vivono per lo piu’ rom, ma non solo.

Quando ho deciso di venire in Romania non ero assolutamente preparata a tutto questo. Immaginavo un paese povero, ma tutto sommato simile alla poverta’ di certe periferie italiane. Quel che ho trovato in Moldova, nella provincia di Bacau, invece, e’ decisamente oltre. Credo sia cio’ che piu’ si avvicina al concetto di desolazione rispetto a quel che nella mia vita ho potuto vedere. Bacau, che e’ il capoluogo, sembra una citta’ appena ripopolata dopo una guerra. Palazzoni di sei sette piani screpolati e pieni di crepe. Negozi che in realta’ sono piu’ o meno dei prefabbricati, alcuni aperti, altri chiusi e vuoti ma con l’insegna e le scritte sulle vetrine come se fossero pronti ad aprire da un momento all’altro.

La crisi, mi spiegano, fa chiudere molti esercizi commerciali dall’oggi al domani.
La strada che da Bacau porta a Oituz, dove vengo ospitata (in un orfanotrofio gestito da suore benedettine) e’ una strada europea, la E574. Essa si arrampica su dolci colline in mezzo a boschi di tigli. La sera il profumo e’ inebriante. In alcuni tratti non si scorge insediamento umano per chilometri e chilometri, solo boschi e colline. L’avvicinarsi di un paese e’ segnalato da una progressione di case e casette dai colori spesso sgargianti e coi tetti spioventi di lamiere, pannelli, legno e, talvolta, tegole. Alcune sono graziose, altre sono arrangiate alla bell’e meglio, tenute assieme con assi di legno.

Capita con una certa frequenza di incrociare ai bordi delle strade cavalli e mucche, nonche carretti trainati dagli stessi: non tutti qui hanno macchine agricole, anzi molti non hanno nemmeno l’automobile. Il carretto e’ allora il mezzo di trasporto dell’intera famiglia, seduta fra la biada raccolta per gli animali.

Ogni tanto ai bordi delle strade compare un piccolo bar, baracchette di legno simili ai chioschi che si vedono nelle localita’ di mare.
Suor Rosalia, una bella, robusta e rubizza signora del posto, mi spiega – senza troppi giri di parole – che non e’ opportuno andarci, specie la sera, poiche’ la “piaga” (sic) dell’alcolismo e’ molto forte in questa zona cosi’ povera, ed e’ facilissimo incontrare avventori ubriachi e molesti in questi luoghi. L’altra piaga e’ quella degli uomini violenti, che spesso si accompagna alla prima.

Parliamo anche della storia di questi luoghi. Del comunismo le suore – Rosalia e Mihaela -, che sono venute a prendermi su un Wolksvagen 9 posti, fanno un racconto che non mi aspetto: ne parlano male ma non negano che infondo, per certi aspetti, la Romania all’epoca stava meglio. Per lo meno fino agli anni ’70.

Di questo ho parlato anche con Elena, una signora che ho conosciuto in aereo e che ormai da 13 anni vive in Italia. Ha circa 60 anni e mi racconta che da ragazza, figlia di famiglia modesta e numerosa, grazie a Ceausescu ha potuto studiare fino al liceo. Ma, come in tutte le dittature, le cose sono degenerate in fretta. Politiche economiche folli hanno ridotto il paese letteralmente alla fame e la rivoluzione del 1989 altro non ha fatto se non aprire la porta agli avvoltoi occidentali. Ma prima quando Ceausescu era giovane – continua Elena – non c’era disoccupazione, il necessario era garantito a tutti e tutti i ragazzi avevano le stesse opportunita’.

Ora lungo le strade si vedono bambini e adulti vendere funghi che hanno raccolto durante la giornata. Spesso e’ l’unico mezzo di sostentamento della famiglia. Hanno uno o piu’ cestini sul ciglio della strada e tengono in mano uno o due funghi per mostrarli ai passanti.

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