Martina incontra i rom #2 [l’odore dell’odio]

di M

Fra i ricordi più vividi che ho dei primi giorni in cui iniziavo a frequentare il campo rom, c’è la puzza. L’odore nauseabondo che arriva dalla discarica limitrofa. Zaffate di morte, non necessariamente portate dal vento. Entra nelle narici, violenta e insistente, si annoda stretta alla gola e si tuffa nello stomaco, rigirandolo.
Quelle persone sembrano non farci nemmeno caso. I bambini giocano e ridono come se nulla fosse.
Col tempo ho imparato a trattenere i conati. Con un po’ di tempo in più ho smesso anche di fare involontarie smorfie di disgusto. Forse. Non ne sono del tutto sicura. Non sono reazioni facili da controllare. Le ondate maleodoranti sono subdole, improvvise e feroci. Un’odore di putrido, materiale organico in decomposizione, sporcizia, acido.
Se l’odio avesse un odore, credo, sarebbe proprio come quello del rifiuto smaltito male.

Infondo, l’idea di attrezzare un campo profughi accanto a una discarica mi pare quanto mai indicativa. Oltre l’allegoria, è un’equazione.
I rifiuti della società e i rifiutati dalla società.
L’immondizia e gli immondi.

Fra i ricordi più vividi e sorprendenti che ho dei primi giorni in cui iniziavo a frequentare il campo rom, c’è l’odore dei bambini. Occhi enormi e vivaci su corpicini gracili, a volte sporchi, pieni di muco e di graffi, odorano di frutta e di selvatico. Di polvere, di vento, di shampoo da discount e di caramelle.

Il campo puzza, sì. Puzza di odio.
Ma la puzza di odio la portiamo noi.

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