Martina incontra i Rom #1 [qui e ora]

di M

La volontà di non lasciare che i ricordi sbiadiscano troppo e parole amiche. Ecco perché, nonostante lamenti una sofferta mancanza di tempo, ho deciso di sacrificare qualche ora di sonno per scrivere queste righe. Non so bene cosa scriverò. Se darò più spazio alla narrazione di momenti vissuti; se racconterò, dal principio, come mi sono trovata a frequentare, nel mio piccolo, il popolo rom; o se, invece, partorirò emozioni ed atmosfere e riflessioni. Infondo, da scrivere c’è davvero molto, ma di scritto c’è già tanto. E questa sono io, senza presunzioni né risposte, ma con le tasche piene di fiori e domande, un grumo di incertezze nel petto e le risate dei bambini ancora nelle orecchie. E allora parto dall’oggi, vivo il presente. Un po’ come gli zingari di “Al Karama”.
Buona lettura.

 

Il qui e l’ora. Così vivono. Senza passato, privati del futuro. Vediamo bambini giocare in una pozza d’acqua putrida stagnante e puzzolente. Scalzi. Ci sguazzano dentro. E ridono. Le mamme dovrebbero toglierli di lì. I genitori dovrebbero far qualcosa. Rischiano un’infezione, quantomeno. Ma guardati attorno: vivono a duecento metri da una delle discariche più schifose d’Italia, la quale probabilmente contiene rifiuti tossico-nocivi. Bevono acqua inquinata, la falda è inquinata, la terra è inquinata. Loro sono inquinati.
Vivono in baracche zeppe d’amianto. Non trovi sia bellissima la fibra d’amianto, quando s’intravede dai buchi nelle pareti delle baracche azzurre? Quei fili sottili che la morte tira sul capo dei suoi burattini… Ecco, i burattini sono quei bambini, che saltano e ridono attorno alla morte.
Hanno delle pecore. Non ho idea di come siano riusciti a portare delle pecore. Non ho nemmeno idea di dove le pascolino, in effetti. Probabilmente anche le pecore sono inquinate.
L’anima di queste persone è inquinata.
I ragazzi, gli adolescenti, vogliono tutti fare i boss. Ionuţ boss, Florin boss, Gabriel boss, Iusif boss, Armando boss. Lo scrivono ovunque. Ma non in futuro, non da grandi. No, qui e ora.
Che vuoi fare da grande? … Silenzio. Cosa ti piace fare? Giocare. Il boss. Niente.
A Raul cade un pezzo di cioccolata sullo sterrato. Lo raccoglie e lo mette in bocca. E se si ammala? Nu, lui no si amala. Niente
se, niente ma. Qui e ora. Un popolo concettualmente privo di periodi ipotetici.
Parlavamo del Porrajmos. Per alcuni è una brutta parola, in alcuni dialetti significa “scappellamento”. Alcuni non sanno cos’è. Il Porrajmos non si studia a scuola. E comunque, mi racconta un ragazzo, guai a parlare con un rom di Porrajmos, si incazza. Lo prende come un insulto. Ma per quello che è successo? Per i nazisti? chiedo io. Per i nazisti, risponde lui. Non si dice, non bisogna più parlarne.
Qui e ora. Né ieri, né domani.

 

Il cuore rallenta la testa cammina
in quel pozzo di piscio e cemento
a quel campo strappato dal vento

a forza di essere vento

 

 

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