Continuiamo a pisciare sulle facciate borghesi

di M

Ricordo ancora distintamente la prima volta che facemmo l’amore. Quant’eri piccolo, in quel tuo corpo di adolescente. Altissimo, nodoso, in tensione. Addominali accennati, gambe d’acciaio. Ti muovevi praticamente solo in bicilcetta. Le spalle ancora piccole, da ragazzino.
I capelli neri lunghi, il tuo piccolo dread.
Il cuore pieno di sogni, lo sguardo di un bambino.

Quella sera mi ero vestita da donna. Giocavo un po’ sulla differenza d’età. In realtà anche io ero poco più che una bambina, forse solo più smaliziata e disincantata nel mio vestito di lana corto e aderente, le calze velate, e quegli stivali col tacco che – in altre occasioni – mi hai chiesto di lasciare ai piedi.

Mi hai fatta sentire bellissima. Nessuno mi aveva mai guardata in quel modo.
Fu un approccio goffo il mio. La buttai lì, allo stesso modo in cui avrei potuto proporti di andare a bere una birra assieme. Sì, te lo chiesi io.

Sinceramente non ricordo se rispondesti qualcosa. Ricordo i tuoi occhi sgranati e increduli, poi le tue mani sui miei fianchi.

E i baci. Saremmo potuti andare avanti a baciarci fino all’alba, vinti solo dal freddo di un rigido e piovoso novembre.

Le cose, poi, negli anni, sono cambiate. La vita ha spazzato via le ultime illusioni, lasciandoci ventenni e incazzati sulla soglia dell’esistenza.

Però una cosa ce l’ha regalata. Ci ha reso una bella squadra, in cui ci si fa forza a vicenda. Ci ha insegnato a sfanculare le convenzioni, pian piano, partendo da noi stessi.

E i momenti più duri, lo sai, sono stati quelli di lontananza. Quelli in cui io non ho saputo esserci e viceversa.
Finora, comunque, siamo sempre riusciti a risalire la china del nostro “noi“. Faticosamente, certo. Ma inesorabilmente.
Fottiamocene di chi non ci capisce. Fottiamocene delle spiegazioni.
Continuiamo a pisciare sulle facciate borghesi, amore mio.

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