Del ritorno al campo e del perché non voglio più coinvolgere nessuno nelle mie battaglie accanto ai rom

di M

Ieri, dopo nove mesi di sofferta assenza, sono tornata al campo rom. L’ultima visita, per me, risaliva al 31 Ottobre, quando organizzammo la festa di Halloween per i bambini. Li truccammo, ci lasciammo “truccare” da loro, mangiammo dei dolci, bevemmo la cafa che ci offrirono i genitori una volta finita la festicciola, prima di tornare a casa.
Di lì a poco le cose sarebbero cambiate radicalmente.
In questi mesi avevo giurato che io lì dentro non ci avrei più messo piede, quel che era accaduto dentro e attorno a quel campo mi aveva nauseata, mi aveva portato via tanto tempo ed energie senza poi riuscire a vedere attorno a me i frutti di quanto avevo seminato. Volevo mettere punto, come del resto avevano fatto altri già da prima.

Poi però la nostalgia dei sorrisi di quei bambini che ci correvano incontro ha preso il sopravvento. Ho iniziato a riflettere, fino a decidermi.

Il ritorno al campo è surreale. C’è in corso un battesimo, per la prima volta assisto ad una funzione secondo il rito ortodosso. Si rimane incantati e storditi guardando la veste del vescovo, così bizantina con i suoi ricami dorati e porpora, in mezzo a quella gente vestita di povertà coi rosari al collo, e tutt’attorno le baracche azzurre sempre più fatiscenti. Il rito è cantato, una nenia lenta e cadenzata, in romeno. Alla fine il vescovo, prima di congedarsi, tiene un breve discorso: parla di amore, di fratellanza, del dio che è ovunque e proprio perché è in ogni cosa non è tanto importante cercarlo quanto rispettarlo.

I bambini, quelli rimasti dopo la “diaspora” (poco più di un terzo rispetto allo scorso anno), sono felici di vederci, vogliono giocare, ricordano le canzoncine, sono più tranquilli. Nei loro occhi c’è una luce nuova: hanno vissuto momenti durissimi, che probabilmente nessuno di noi potrà mai capire, ma i loro occhi urlano vita. E sono felice di sentire quell’urlo.

In questi giorni ho anche maturato la decisione di non tentare di coinvolgere più nessuno delle battaglie che porto avanti accanto agli ospiti del campo rom, e in generale di tutte le altre cose che faccio, limitandomi a rispondere a chi manifesta un sincero interesse per le questioni.
Ultimamente mi hanno offesa alcune battute che ho sentito fare da persone con le quali reputavo di poter condividere queste mie esperienze. Battute non rivolte a me o alla mia attività, ma considerazioni del cazzo sul popolo rom. Battute non razziste in senso stretto, ma che reputo comunque sintomo di chiusura mentale e di etnocentrismo. Battute da fricchettoni con in testa lo stereoptipo (e l’aspettativa) dello zingaro-filosofo, dello zingaro felice che vive così per scelta, col violino e il dente d’oro. E se lo zingaro reale si allontana da quest’immagine cinematografica, allora non va bene. Non è l’immagine idealizzata ad essere sbagliata, è lo zingaro che sbaglia a non essere come io lo vorrei.
Certo, potrei adoperarmi per confutare certe idiozie.
Il punto è che non voglio.
Persone così, alle quali la vita ha fornito ogni tipo di strumento per conoscere il mondo e riflettere su di esso, non meritano che io perda tempo a tener sollevate le loro palpebre sull’umano.

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