Apri gli occhi

di M

Un gran mal di testa. Perplessità. Questo posto lo conosco, ma non mi ricordo quando ci sono arrivata.

Stacco.

Spunta dal nulla. Lui. “Che ci fa qui? Non eri in viaggio? Sapevo che saresti tornato solo fra due giorni” “È vero, infatti riparto subito. Sono venuto per una mia amica, espone qui. Sta avendo molto successo. La conosci: è quella emo che faceva il corso d’inglese con te.” “Ah sì…cosa espone?” “Di tutto. Sculture, foto, disegni. Ah, anche teatro concettuale” “Che?!” “Una cosa particolare. Una scena breve, un paio di battute al massimo. Scenografia creata da lei, testo anche. Molto suggestivo. Trash-gothic.” Torni senza dirmi nulla. Per venire a vedere questa roba?

Entriamo. Luci al neon illuminano ronzando spazi inusitati. Cavolo, dev’essere brava se alla sua età le lasciano riempire un immenso. Non c’è nessuno, a parte noi. Immondizia e stracci legati, uniti e lavorati a formare cascate di colori e materiali. Secchiate di colori buttate con violenza sulle pareti e sul pavimento, originariamente bianchissimi. Installazioni ovunque, anche per terra. Camminare è complicato, si rischia di rovinare tutto. Calano le luci. È buio. Altri visitatori sono arrivati, si accalcano, prendono posto davanti a quella che sembra una specie di fontana barocca senz’acqua. Da questa distanza non saprei dire di che materiale è fatta. La gente si siede su una gradinata di legno. Quasi un teatro greco. Alla fine esce lei, l’Artista. Tra fumogeni e musica spettrale. Alcune comparse vestite da demoni (in realtà ricordano dei babbei in calzamaglia con ali da pipistrello, ma sorvoliamo). Urla la sua battuta, lei, protagonista indiscussa. Uno dei demoni finge di sgozzare un bambino. Il pubblico è in visibilio.

Stacco.

La luce della luna, fuori, fa impallidire l’illuminazione artificiale. Mi corre incontro Andrea (Andrea?!): il cane è sparito. Gli do una mano a cercarlo. Cerco il cane e perdo te.

Stacco.

Sei tornato a casa, starai lì ancora due giorni, poi tornerai in Francia per concludere la tua vacanza. Prendo un treno. Mi sei mancato, voglio passarli con te, questi due stramaledetti giorni.

Stacco.

Non ricordo come. Mi dici che no, devo scendere dal treno, non devo raggiungerti. È finita, non vuoi più vedermi.

Pare che nei sogni l’intensità della luce rimanga sempre costante. Faccio una prova, guardo il telefono. S’illumina. Non è un sogno. È un incubo. Vero. Ho un conato di vomito. Mi rifugio in bagno. Faccio una doccia. Non sapevo che i treni fossero dotati anche di docce. Né che fornissero accappatoi puliti. Era ora che i nostri soldi fossero spesi adeguatamente. Faccio una telefonata, urlo il mio dolore. Dall’altra parte mi dicono di insistere, di chiamarti, perché non è possibile, c’è qualcosa che non va.

Stacco.

Scale. Le scendo furiosamente, non ricordo chi altri ho coinvolto in quest’assurda storia, ma li sento correre accanto a me. Attraverso salotti, disturbo gente che guarda la tv accovacciata sul parquet di una casa senza porte d’ingresso.

Stacco.

Sono in treno, ancora sotto la doccia. Devo uscire da qui. Mi asciugo. Prendo il telefono, ti chiamo. Risponde qualche dannato coglione che finge di avere un accento tedesco. Dice che gli hai lasciato il telefono perché non vuoi essere disturbato da me. Il dannato coglione ha anche un volto e un nome, e li conosco entrambi, ma faccio finta di nulla. Devo uscire da qui.

Stacco.

Sono in una piazza. Forse è Volterra. Non lo so. Può essere una qualsiasi piazza di un qualsiasi paesino toscano. O addirittura etrusco. Non lo so. Sono disperata ma non posso urlare. Devo conservare il fiato per restare viva. Sento i sensi abbandonarmi. Non oppongo resistenza. Chiudo gli occhi, mi lascio cadere.

Sento l’Incubo divorarmi le viscere. L’unico modo per salvarmi è aprire gli occhi.

Apri gli occhi, forza, aprili!

È inutile. Sono morta.

Stacco.

Apro gli occhi. Umidi. Le guance bagnate. La faccia infilata nel cuscino. Le mani aggrappate alle coperte.

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