Una settimana dopo

di M

È passata già una settimana.

Mi sono presa un po’ di tempo per riflettere, ponderare. E così è passata una settimana. L’eco è stata intensa, ma breve. Smorzata dalla fretta in un mondo che corre, caracolla, inciampa su se stesso, cade. Intensa, ma breve: se ne è parlato molto prima – durante – dopo, fino alla nausea, il mal di mare, un mare di gente, in foto, in video, in piazza.

Era il 13 febbraio 2011 e le donne italiane si sono riunite nelle piazze. Perché? Per protesta, per proposta, per ripicca, per risposta, per inerzia, per solerzia, per stanchezza, per fede, per orgoglio. Per non preparare il pranzo al marito viziato, per fare qualcosa di diverso con le amiche, per dare il “buon esempio” alle figlie, per dare lo schiaffo morale al padre reazionario. Ognuna per un suo motivo.

Io non c’ero. Parlo per sentito dire. Parlo per quel che mi hanno fatto leggere e vedere. Per quello che mi hanno raccontato. Non c’ero, un po’ anche per scelta. Vedete, il discorso è complicato, caratterizzato da molte premesse e poche conclusioni.

Credo che quanto è accaduto il 13 febbraio sia qualcosa di sacrosanto. E bellissimo. C’erano donne bellissime, di quella bellezza che è data solo dalla dignità. Donne di tutte le età hanno manifestato lo sdegno, la rabbia e il disappunto verso una generazione di uomini nati marci: subdoli manipolatori della rivoluzione sessuale. Uomini che snaturano i concetti di “libertà”, di “proprietà”, di “volontà”, finendo con lo spacciare un pecoreccio do ut des per una nuova branca dell’imprenditoria femminile: donne imprenditrici di se stesse, vendono un prodotto, il proprio corpo, al miglior offerente.

Quello che si chiama “girare la frittata”.

Le donne del 13 febbraio, quelle con le sciarpe bianche al collo, con i cartelli in mano, volevano dare alle cose il loro nome. Raccomandazioni, prostituzione, ricatti sessuali, scorciatoie. Perché la donna che fa l’imprenditrice di se stessa, è la donna che non vuole mettersi in gioco, che teme il confronto sia con le altre donne che con gli uomini. Vendere il proprio corpo, per una donna, è una corsia preferenziale: il 50% del genere umano è composto da potenziali clienti. L’altra metà del mondo ti è più o meno indifferente, salvo le sporadiche concorrenti.

(N.B. Io non sono contraria alla prostituzione, anzi, vorrei venisse legalizzata e riconosciuta a tutti gli effetti come professione. Purché si tratti di uno scambio di prestazioni e non di favori. Sesso per soldi. Non sesso per cariche pubbliche pagate coi soldi dei contribuenti)

Il 13 febbraio, fortunatamente, mi è parso di vedere poche post-femministe incazzate e molte donne determinate.

Sì, perché le femministe non le sopporto. Una donna che “vuole essere uomo” (perché, al sodo, di questo si tratta) mi sta sul cazzo. È maschilista. Riconosce implicitamente la superiorità dell’uomo imitandone (meglio, scimmiottandone) il modus vivendi. Un esempio? Rifiutare di allattare per motivi ideologici (“l’uomo non allatta, perché dovrebbe farlo la donna”) è qualcosa di illogico e innaturale. È stupido.

Gli uomini e le donne non sono uguali, ma sono meno diversi di quanto ci hanno voluto far credere. Non serve il livellamento, l’appiattimento. Serve il rispetto reciproco. Ma sto divagando.

Dicevo, il 13 febbraio. Il 13 febbraio abbiamo assistito all’autodeterminazione di un genere: quello femminile. Femminile nei modi, nelle forme, nelle parole.

Riguardo la mia scelta di non partecipare, forse è dipesa solo da ragioni formali, piuttosto che sostanziali. Il punto è questo: non credo che manifestare contro il comportamento di un uomo, o, se si vuole ragionare per estensione, dei suoi “affiliati nei costumi sessuali”, sia sufficiente. Per esperienza personale mi sento di affermare che il maschilismo più o meno strisciante è dannatamente bipartisan: la donna oggetto, cuoca e puttana, piace a destra, al centro e a sinistra. Sì. Anche al tipo con i dreadlocks che ti ha offerto la birra al concerto del primo maggio. Sì. Anche al tipo che ti ha rinnovato la tessera di SEL. Sì, sì e sì: anche a quello che raccoglieva le firme per il referendum abrogativo di qualche cazzo di legge strampalata approvata dal centrodestra. Non nascondiamoci dietro a un dito.

Che poi ci siano (e meno male) uomini consapevoli della complementarietà dei generi, capaci di amare e rispettare una donna, questo è tutto un altro discorso. Ho sentito giovani “compagni” chiamarci “fiche”. Una sineddoche, certo. Decisamente poco poetica e rispettosa, comunque.

La manifestazione. Sì, mi è piaciuta. Ne condivido larga parte dei contenuti, ma non basta. Il difetto della maggior parte delle manifestazioni è che sono autoreferenziali, destinate a morire per dimenticanza. Quando una manifestazione è efficace? Quando diventa rivolta, ribellione. Ora, sia chiaro, non voglio invitare le donne a lanciare molotov contro Palazzo Grazioli. Le rivoluzioni conoscono altre forme: come l’acqua, si infilano negli interstizi vuoti della quotidianità. Ci sono lo stillicidio, lo sciopero ad oltranza e tante altre vie percorribili. La sciarpa bianca va bene, ma rischia di diventare un accessorio moda come la kefiah se non è accompagnata da un significato, un gesto, una dimostrazione.

Dopo la manifestazione del 13 ho visto rispolverare per l’ennesima volta le “quote rosa”. A questo punto sembra abbastanza evidente che ci siamo disabituati alla rivoluzione. Non che non sia impossibile riscoprirla, molto dipende dalla volontà di mettersi in gioco, di rischiare di perdere tutto. Una volontà che, per ora, ho visto solo nei giovani, i quali non hanno nulla da perdere e tutto da guadagnare.

Per quanto mi riguarda, aspetto la rivoluzione. Nel frattempo tento di costruirmi un binario parallelo su cui vivere, non contro il mondo, ma a prescindere da esso.

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