Isn’t it ironic?

di M

Isn’t it ironic? Don’t you think?

Sorridi, scuotendo la testa. Bellissime labbra carnose -le tue, forse non te ne rendi conto, ma sono splendide- si schiudono mostrando due file di denti bianchi perfetti. Scuoti la testa, agitando i capelli perennemente spettinati. Dovresti tagliarli, sai?

Isn’t it ironic?

It is. Lo è. Per questo sorridi scuotendo la testa. Sorridi per “l’ironia della sorte”. Hai già imparato, ormai da diverso tempo, a non confondere la sorte col destino. Pensi che il destino non esista, mentre la sorte sia la vita: infinite molecole in agitazione, che si incontrano, si scontrano, si legano, si separano. E sai anche che la vita raramente è allegra. Però è ironica. In tutte le sue infinite possibilità, nelle sue contraddizioni, nelle fortuite coincidenze, la vita ti spiazza. Ti fa sorridere e scuotere la testa. Isn’t it ironic?

Succede. Capita. È ironico. È una di quelle (tante, troppe) sere che le molecole della tua esistenza si dispongono in modo da farti soffrire di rabbia, di gelosia, di solitudine. Le unghie nei pugni. Hai anche scelto il tuo nemico – affronti queste sensazioni in modo ancora troppo infantile, lascia che te lo dica- : l’incarnazione della tua rabbia, dei tuoi malesseri. La personificazione di questo disagio. Di questo passo diventerà anche “la causa di tutti i vostri problemi”, permetti che ti dica anche questo.

È una di quelle sere. Sei tu, davanti alle tue insicurezze e le tue frustrazioni. Hanno una voce suadente e rassicurante. Minimizzano. Ti incazzi. I problemi non si banalizzano. Sei uno stronzo a non capirlo, come ti permetti. Vaffanculo. Questo non lo dici. Però lo pensi. Non lo dici perché non hai le palle, è chiaro, perché infondo sai -so che infondo lo sai- che è una cazzata. E te ne vergogni.

Questa sera, che si ripresenta uguale a se stessa, come ogni altra volta, questa sera sei diversa. Questa sera non alimenti il tuo mostro. Ti giri e te ne vai. Lo ignori. È un po’ come i mostri sotto il letto che ti spaventavano tanti anni fa: ogni sera a guardare là sotto, sporgendoti a testa ingiù da sotto le coperte calde, appena i tuoi uscivano dalla cameretta. Poi un bel giorno, all’improvviso, hai smesso. Hai smesso di cercare ossessivamente qualcosa che non c’era, eppure viveva dentro di te.

Questa sera hai ignorato il mostro una seconda volta nella tua vita. Ridi, scherzi col tuo amico di sempre, bevete una birra, fumate una sigaretta. Fa freddo, dannazione. Un’altra sigaretta e una cioccolata calda bevuta camminando per le vie del centro. Piccole soddisfazioni. Poi una telefonata. La voce bassa, ma non abbastanza, del tuo amico: “Stiamo in centro. Sì, siamo solo noi due. Che hai?…ma è tutto ok? Perché questa voce? Che succede?”

Una sensazione spiacevole. Sentirsi inspiegabilmente fuori posto. Che ho fatto? Allontanarsi, rispettare la riservatezza di certe conversazioni. L’insinuarsi di un sospetto. Vedersi in uno specchio. Vivere una situazione speculare a quella che si è vissuta, dall’altra parte della barricata.

Essere tu il mostro di qualcun altro.

Esserlo, quando hai capito che i mostri non esistono.

Isn’t it ironic?

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