Non sono una blogger

un diario emozionale estremamente parziale

un po’ di sfumature di non accettazione

non così, non adesso, non tu, non noi, non senza un motivo, non per questo motivo, non è un buon motivo, non vedi?, non capisco, non capisci?, non qui, non puoi, non voglio, non devi, non sai, non c’entra, non andare, non tornare, non parlare, non provare, non ti manca?, non posso, non riesco, non ci credo, non dovrei, non so, non mi interessa, non mi basta, non è giusto, non è vero, non è bello, non è meglio, non ricordi?

Annunci

image

Il bagno di un pub in cui era tutto così di cattivo gusto da risultare, infine, tremendamente bello perché banalmente umano.

Quando siete felici, fateci caso

Quando siete felici, fateci caso.
E con questa Kurt Vonnegut vince tutto.
Sì, è un periodo un po’ così e le mezze banalità un po’ melense mi fanno un certo effetto. Però davvero, vale la pena accorgersi di essere felici, quando succede. Fermarsi e godersi il momento.
Stasera ultima sera di lavoro al pub, la mia famiglia del sabato.
Un’altra chiusura.
Un mese di cose che si chiudono nella mia vita. Con rassegnazione e consapevolezza. Con una lucidità che mi fa paura perché fra le qualità che mi sentirei di attribuire a me stessa, questa proprio non c’è. Eppure. Alla fine un po’ ne trovo. Instabile e molto fragile ma c’è. Crolla davanti alle belle parole di un amico, a una canzone, a un saluto a tutti, al biglietto dell’ultimo film visto al cinema con Lui, dimenticato – mannaggia a me – in una borsa.
Insomma una lucidità poco presente a sé stessa. Quel tanto che basta per non ritrovarsi totalmente. Ed è perfetto così.

È colpa mia

Difficile parlare con chi non vuole ascoltare. Perché non vorrà nemmeno vedere toccare dire. Negherà. Negherà tutto.

È colpa mia
che non mi curo delle tue speranze
forse perché delle idee non so più che farne…

Sì, credo davvero che non sia stata la fatica del perdersi e ritrovarsi tante volte, ma lo smettere di cercarsi.
No, non l’ho fatto solo io. Lo abbiamo fatto entrambi, in modi diversi.

È colpa mia
non ci avevo mai pensato
è colpa mia
non presto mai troppa attenzione
è colpa mia
perché non prendo posizione…

Come un paio di forbici. Una cosa sola finché non le si usa. Allora le lame si allontanano, fuggono l’una dall’altra e tornano assieme solo per tagliare, recidere, separare in due una cosa sola.

È colpa mia
mi crolla il mondo addosso
se ci penso

ma non me ne frega niente…

Non lo so quando, non lo so come, non so nemmeno se è giusto che vada così. Anzi, farla andare così. Me la prendo la mia parte di responsabilità, me la prendo tutta.

È colpa mia
ho aperto gli occhi all’improvviso
e ho visto te
e nessuna spiegazione.
Soltanto quando è troppo tardi
ti ricordi ch’è tutto vero…

Non ho paura. Sono terrorizzata.
Ma.
Ma mi spaventa di più quel che vedo ora fra noi. Delusione reciproca, piccoli rancori silenziosi.
Amore? Sì, anche. Soffocato da ossimori emozionali.
E allora salto. Respirando forte nel vuoto. E poi non lo so.

È colpa mia
se siamo diventati indifferenti
per piccoli egoismi
e altrettante bugie…

https://youtu.be/FmYNbDdab_A

Martina incontra i rom #8 [Blitz]

Un blitz dei carabinieri nel campo rom visto con gli occhi dei bambini. Non so quanto ci sia di vero nel loro racconto, ma ho scelto di riportare tutto. Si tratta di tre bambini molto piccoli, di una famiglia tranquilla. Quel giorno erano a casa da soli. Il padre a lavoro (come bracciante agricolo), la madre a chiedere l’elemosina.

Sono arrivati i Carabinieri, quelli con la striscia rossa sui pantaloni. Noi abbiamo spinto fortissimo la porta perché mamma e papà hanno detto di non fare entrare nessuno quando loro non ci sono e siamo da soli. Nemmeno la zia può entrare, perché se poi ci ruba la farina mamma non ci può preparare da mangiare.
Allora abbiamo spinto forte la porta e abbiamo detto ai Carabinieri che non potevano entrare. Loro però erano forti e hanno aperto la porta. Noi siamo caduti ma non ci siamo fatti male.
Gli abbiamo detto che mamma e papà non c’erano e quindi non ptevano entrare. Loro hanno riso e hanno detto che anche i nostri genitori entrano nelle case delle altre persone quando le persone non ci sono.
Poi hanno aperto tutti gli sportelli, sono andati in bagno, hanno guardato tutto.
Hanno trovato il vino del compleanno di mamma [una bottiglia di Vecchia Romagna avanzata dal compleanno della mamma, n.d.a.] e lo hanno bevuto. Ridevano tanto. Noi avevamo un po’ paura. Poi se ne sono andati, hanno detto di salutare mamma e papà.

Un mese di Romania, #1

Sono arrivata in Romania il 7 di luglio. Sono arrivata carica di aspettative, per me, per quel che sarebbe stato. Inizialmente avevo in programma una permanenza piuttosto lunga, circa due mesi, ma le cose sono andate diversamente e ho deciso di anticipare il rientro a domenica 17 agosto. I motivi di questa decisione sono stati tanti, e pian piano avro’ modo di spiegarli chiaramente.
Mi scuso inoltre con i lettori per gli apostrofi usati al posto degli accenti.

Da dove iniziare. E’ difficile organizzare i pensieri e le emozioni. Sono qui dal 7 di luglio e tante volte ho avuto l’impulso a scrivere qualcosa ma non riuscivo, all’atto pratico, a dare una forma a quello che stavo vivendo. Inizialmente ho pensato di trascrivere fedelmente il mio diario di viaggio. Rileggendolo pero’ mi sono resa conto di come la percezione delle cose si sia in qualche modo evoluta, forse approfondita. La visione che ho avuto allora e che ho trascritto e’ dunque troppo parziale e necessita di essere rielaborata.

Occorre premettere che la Romania e’ un paese estremamente vario, con una storia molto ricca, fatta di influenze straniere, di dominazioni e di contaminazioni. Ci sono citta’ floride, economicamente e culturalmente, e intere regioni profondamente depresse. In linea di massima e’ un paese – visibilmente – abbastanza povero. Citta’ e centri urbani veri e propri sono relativamente pochi, si incontrano per lo piu’ piccoli “villaggi” e paesini separati fra loro da boschi, colline o pianure a perdita d’occhio. Non sono rari, purtroppo, i villaggi di catapecchie e baracche, dove vivono per lo piu’ rom, ma non solo.

Quando ho deciso di venire in Romania non ero assolutamente preparata a tutto questo. Immaginavo un paese povero, ma tutto sommato simile alla poverta’ di certe periferie italiane. Quel che ho trovato in Moldova, nella provincia di Bacau, invece, e’ decisamente oltre. Credo sia cio’ che piu’ si avvicina al concetto di desolazione rispetto a quel che nella mia vita ho potuto vedere. Bacau, che e’ il capoluogo, sembra una citta’ appena ripopolata dopo una guerra. Palazzoni di sei sette piani screpolati e pieni di crepe. Negozi che in realta’ sono piu’ o meno dei prefabbricati, alcuni aperti, altri chiusi e vuoti ma con l’insegna e le scritte sulle vetrine come se fossero pronti ad aprire da un momento all’altro.

La crisi, mi spiegano, fa chiudere molti esercizi commerciali dall’oggi al domani.
La strada che da Bacau porta a Oituz, dove vengo ospitata (in un orfanotrofio gestito da suore benedettine) e’ una strada europea, la E574. Essa si arrampica su dolci colline in mezzo a boschi di tigli. La sera il profumo e’ inebriante. In alcuni tratti non si scorge insediamento umano per chilometri e chilometri, solo boschi e colline. L’avvicinarsi di un paese e’ segnalato da una progressione di case e casette dai colori spesso sgargianti e coi tetti spioventi di lamiere, pannelli, legno e, talvolta, tegole. Alcune sono graziose, altre sono arrangiate alla bell’e meglio, tenute assieme con assi di legno.

Capita con una certa frequenza di incrociare ai bordi delle strade cavalli e mucche, nonche carretti trainati dagli stessi: non tutti qui hanno macchine agricole, anzi molti non hanno nemmeno l’automobile. Il carretto e’ allora il mezzo di trasporto dell’intera famiglia, seduta fra la biada raccolta per gli animali.

Ogni tanto ai bordi delle strade compare un piccolo bar, baracchette di legno simili ai chioschi che si vedono nelle localita’ di mare.
Suor Rosalia, una bella, robusta e rubizza signora del posto, mi spiega – senza troppi giri di parole – che non e’ opportuno andarci, specie la sera, poiche’ la “piaga” (sic) dell’alcolismo e’ molto forte in questa zona cosi’ povera, ed e’ facilissimo incontrare avventori ubriachi e molesti in questi luoghi. L’altra piaga e’ quella degli uomini violenti, che spesso si accompagna alla prima.

Parliamo anche della storia di questi luoghi. Del comunismo le suore – Rosalia e Mihaela -, che sono venute a prendermi su un Wolksvagen 9 posti, fanno un racconto che non mi aspetto: ne parlano male ma non negano che infondo, per certi aspetti, la Romania all’epoca stava meglio. Per lo meno fino agli anni ’70.

Di questo ho parlato anche con Elena, una signora che ho conosciuto in aereo e che ormai da 13 anni vive in Italia. Ha circa 60 anni e mi racconta che da ragazza, figlia di famiglia modesta e numerosa, grazie a Ceausescu ha potuto studiare fino al liceo. Ma, come in tutte le dittature, le cose sono degenerate in fretta. Politiche economiche folli hanno ridotto il paese letteralmente alla fame e la rivoluzione del 1989 altro non ha fatto se non aprire la porta agli avvoltoi occidentali. Ma prima quando Ceausescu era giovane – continua Elena – non c’era disoccupazione, il necessario era garantito a tutti e tutti i ragazzi avevano le stesse opportunita’.

Ora lungo le strade si vedono bambini e adulti vendere funghi che hanno raccolto durante la giornata. Spesso e’ l’unico mezzo di sostentamento della famiglia. Hanno uno o piu’ cestini sul ciglio della strada e tengono in mano uno o due funghi per mostrarli ai passanti.

Occidentale

 

Riapro il blog dopo un lungo periodo di inattività, in vista di un’esperienza per me davvero importante. Un viaggio di due mesi in Romania. Non entro nei dettagli ora, avrò modo e – spero – voglia di farlo in seguito, magari proprio mentre sarò lì.

Sto parlando con tantissime persone romene, ultimamente. Chiedo loro qualunque cosa sul loro paese, sulla loro lingua, sullo stile di vita, le abitudini alimentari, qualunque cosa. Bevo le loro informazioni, le confronto, ne voglio sempre di più. Se all’inizio sono sorpresi e un po’ restii, pian piano è facile che si aprano: vai qui, non fare questo, attenta a quello, assaggia quest’altro. Alla fine è palpabile il piacere che hanno nel parlare delle cose belle della loro terra natale, senza doversi vergognare o giustificare di alcunché, sono felici che ci sia qualcuno che desidera conoscere quei luoghi che loro chiamano ancora “Casa”.

Col senno del poi, ammetto di non avevo mai considerare l’ipotesi di incontrare qualcuno che mi sbattesse in faccia la verità. Qualcuno assolutamente disincantato. Non conosco la storia di quest’uomo, e per la verità non ci siamo nemmeno presentati, non so neanche il suo nome. La regione in cui tu vai – mi ha detto – è molto povera.
Sì, immagino, ma mi hanno anche detto che è una delle più belle, naturale e selvaggia, rurale… la gente vive come viveva cinquanta anni fa.
Fa le spallucce e piega un po’ la testa di lato. Accenna un mezzo sorriso, forse vorrebbe fare del sarcasmo, ma capisce la situazione e preferisce la franchezza: per voi occidentali è tutto bello. Voi qui non avete natura libera e selvaggia a parte i parchi naturali, vi sembra tutto bello. Ma viverci è un’altra cosa. Doveva vai tu quasi tutti gli uomini se ne sono andati a lavorare in Italia, Germania Francia… le donne sono rimaste sole coi figli, e non riescono lo stesso a mantenerli e allora li lasciano negli orfanotrofi. La povertà è questo. A voi sembra tutto bello, ma non è facile viverci.

Voi occidentali.

Ho vissuto finora secondo una sorta di soffice coscienza incosciente. So di essere nata, per puro caso e senza alcun merito, nella parte “fortunata” – almeno in epoca moderna – del mondo. Di non aver patito fame, guerre e terrore. Tuttavia, pensavo, sto assistendo al declino dell’occidente, i governi hanno svenduto i popoli all’economia, siamo tutti carne sul banco del mercato globale. Ma anche nelle macellerie i tagli di carne sono diversi, pregiati e meno, svenduti a prezzi diversi, tagliati in modi diversi. Ecco, io sono occidentale. Ma non è vero, vorrei oppormi, non ho lavoro, non ho una tutela socioeconomica, il welfare in Italia è quasi esclusivamente quello famigliare, in occidente conto poco e nulla!

No, sono occidentale. E c’è quasi un intero pianeta che potrebbe ricordarmelo, ma, a quanto pare, con molta dignità, spesso non lo fa.

 

Forse sto impazzendo davvero.
Cercando nel sesso un po’ d’amore, quello che non so darmi. Un po’ d’orgoglio, quello che forse non ho mai avuto. Un po’ di piacere, quello che non riesco a trovare. E il consenso, di cui, non so perché, ho così bisogno.
Rivedersi poi da fuori, povera e sfatta, allegoria di uno stato d’animo così diverso dall’immagine dello specchio.
E l’amarezza alcolica di te che non ci sei.
E mi manchi.

Andate via, fate silenzio, chiudete la porta.
Lasciatemi qui.
Non insistete, non cercate di consolarmi.
Voglio soluzioni, non consolazioni.
Non siete in grado, allora fate silenzio, tutti. Non giudicate quel che non sapete, che non capite.
Lasciatemi regredire allo stato larvale, sotto questa coperta di cotone a fiori.
Lasciate che mi consumi prima che lo faccia il tempo.
Il tempo che con me gioca, e mi mangia a morsi solo in alcuni punti, lasciandomi bambina invecchiata e rovinata.
Sono un albero che perde le foglie ad Agosto, ma non sa nè rifiorire nè morire.
Coprite gli specchi.
O, almeno, lasciatemi sparire.

1376415623415

Questa storia dei tedeschi mia nonna me la racconta spesso. Di quando lei era una bambina di circa cinque anni, emozionata perché le era appena nata una sorellina, e poi sono arrivati i tedeschi. C’era la guerra, da mangiare ce n’era poco, ma loro avevano il podere, un po’ di terra, qualche animale e le api. Le api le aveva volute suo papà, aveva costruito tutti gli alveari e i telai. La nonna di mia nonna, nonna Romilda, agli ospiti non offriva il caffè, ma una tazzina di miele, il loro miele, quello delle loro api, che sono lì fuori, vedete?
E poi sono arrivati i tedeschi per prendersi il podere come punto strategico. Il padre di mia nonna alla fine della guerra prese la tessera del Partito Comunista, perché questa cosa dei tedeschi non gli era andata proprio giù. Ma come, diceva, il mio podere, le mie cose. Mia moglie ha appena partorito. Due giorni di tempo. Tanto fu concesso alla famiglia di mia nonna per preparare le loro cose e andare via.

I tedeschi giovani, quelli con il fucile e la faccia da bambini, che sembrava giocassero a fare la guerra e invece la facevano davvero, non avevano dimestichezza con gli alveari. Le api le avevano viste, ma non avevano idea di come raccogliere il miele. Allora aprivano come meglio potevano le cassettine e staccavano pezzi di cera interi, e poi, col miele che colava dappertutto, se li ficcavano in tasca. E nonna Romilda, quella piccola signora veneta – che con quella guerra non ci capiva più niente, e non si ricordava se eravamo alleati coi tedeschi o con gli americani e gli inglesi, e allora lei si alleava coi ragazzi, perché pure se hanno un fucile potrebbero comunque essere suoi nipoti – ecco, nonna Romilda con le mani tra i capelli diceva loro che no, non si prende così il miele: ora vi siete sporcati tutti i pantaloni.
Ma quelli non capivano, facevano spallucce.

E poi il podere lo hanno dovuto lasciare davvero, e sono finiti fra i tanti sfollati. E a mia nonna la campagna è mancata per tutta la vita e non l’ha più avuta, ma l’ha sempre cercata. Anche iniziando a coltivare piccolissimi pezzi di terreni comunali abbandonati.

A mia nonna, alla mia famiglia, al mio sangue, alla terra